Sicilia En Primeur 2012

Dopo qualche anno sono tornato a quest’evento organizzato da Assovini Sicilia: associazione nata nel 1998, e che oggi conta 66 aziende socie produttrici dei 4/5 del vino siciliano imbottigliato (42% venduto in Italia e 58% all’estero), per un fatturato che nel 2011 è stato di circa 250 milioni di euro. In pratica ci sono nel medesimo consiglio direttivo: Donnafugata, Tasca d’Almerita, Planeta e Rapitalà, oltre a Valle dell’Acate, Cottanera e Caruso&Minini. Il che pare eloquente.
D’altra parte, a guardare i numeri snocciolati da Assovini:
- Il 44% delle aziende conduce un’attività di sperimentazione in vigna, spesso con l’obiettivo di valorizzare i vitigni autoctoni siciliani. Il 50% dei produttori è interessato alla produzione di varietà antiche, tra cui Nocera, Vitrarolo e Alzano.
- Il 39%… produce vino da uva biologica e un ulteriore 33% si dice disposto a farlo in futuro (già oggi la maggioranza delle aziende utilizza concimi, fitofarmaci e sistemi di irrigazione a basso impatto ambientale). Parallelamente il 94% delle aziende ha installato, o ha intenzione di installare, impianti per la produzione di energia pulita e/o risparmio energetico, mentre il 44% ha ristrutturato la cantina secondo i criteri della bioarchitettura. Il 56% delle aziende dichiara di usare lieviti autoctoni.
Invero, per quanto i vini assaggiati in questa nona edizione dell’En Primeur non siano sempre sembrati conformi ai numeri, l’impressione è quella di un gruppo di persone unite (a differenza del passato) negli intenti e in un adeguato sviluppo del comparto vitivinicolo siciliano.
Dopo una prima giorna di visite alle aziende più importanti del Cerasuolo di Vittoria e del Frappato, si è tenuta la degustazione principale al comodo Etna Golf Resort & Spa presso Castiglione di Sicilia, sul versante nord di un magnifico Etna innevato. Fra i migliori vini:
Grotte Alte – Cerasuolo di Vittoria Classico 2006 e Siccagno 2009 Nero d’Avola, di Arianna Occhipinti: neodiva internazionale della viticoltura di qualità che passa sotto l’egida dell’abusato termine “naturale”. Arianna migliora anno dopo anno, così come ingrandisce l’azienda, essendo ormai arrivata a 30 ettari vitati: la sua sfida è produrre un grande Frappato, e non è lontana.
Cerasuolo di Vittoria Classico 2009 (ma anche 2008) di COS, così come il Nero d’Avola Nero di Lupo 2009 e il Pithos Bianco 2008. Giusto Occhipinti è davvero affidabile, come dimostrano i vini maturi nella parte storica della sua cantina, e la sua forza è che non smette mai di sperimentare.
Laeneo 2010, Nerello Cappuccio in purezza della Tenuta di Fessina. Ma anche l’Erse Etna Rosso 2010 e l’Ero 2010, Nero d’Avola in purezza. Tutti e tre i vini sono fermentati e maturati in acciaio, per la gioia di chi vuole davvero “bere”. L’azienda è una delle pochissime a perseguire lo stile neoclassico dell’Etna, fondato sull’eleganza e sulla levità.
Rosso di Verzella 2009 di Benanti (versione insolita da non perdere, dato il prezzo) e il Pietramarina 2008, più espressivo. Tutta la linea dell’azienda è solida e mai sfocata.
L’ottimo Etna Bianco 2010 Quota 600 e l’Etna Rosso 2010 Quota 600 di Graci. Alberto Graci ha le idee chiare, mi auguro al punto da non evitare di provare anche diverse forme di maturazione dei vini.
Un poco abbandonato a sé stesso sembra il vino Faro Palari di Palari 2009, che è appesantito da una maturazione in legno piccolo poco felice. Tasca d’Almerita è, fra le grandi aziende partecipanti, quella che ha presentato la gamma più convincente. Del resto è chiaro che le grandi aziende si siano orientate a produrre vini meno “legnosi” (“vini del falegname” li definì il Prof.Fregoni molti anni fa) e più tipici, malgrado gli esiti, non tutti riusciti. Aumentano comunque i vini bianchi in acciaio, da vitigni autoctoni, e le bocche che parlano di “terroir”. Certo il povero “terroir” è da anni usato pure dalle aziende vinicole del nuovo mondo che l’avevano inizialmente disconosciuto.
Del resto il “terroir”, o meglio il “genius loci”, è anche l’argomento precipuo dell’intervento, tenutosi il giorno dopo l’assaggio, dell’ubiquo Attilio Scienza. Il Flying vineprofessor & consultant ha compiuto la zonazione dell’Etna e la riscoperta di molte varietà autoctone in disuso, la Sicilia (l’Etna in particolare) è uno “dei pochi serbatoi europei di variabilità viticola, in cui è possibile trovare non solo molti vitigni presenti solo in questa regione, ma anche i genitori e gli ancestrali di molti vitigni attualmente coltivati in luoghi lontani”. Le varietà riscoperte verranno ora sperimentate in diverse aziende vinicole. Opera lodevole, che temo non avesse bisogno di essere preceduta da una concione di Scienza (rivolta ai comunicatori internazionali e ai viticultori siculi) sul valore della storia e della biodiversità nella comunicazione. Concione che si è spinta a voluttuarie affermazioni, poco saporite oltre che poco spiritose, quale “Cristo si è avvalso del neuromarketing”.
Nonostante ciò, è interessante la posizione di Scienza e dell’Assovini sulla discussa e neonata DOC Sicilia: che dovrebbe impedire alla grande distribuzione di lucrare sul vino sfuso siciliano, e dunque di fare profitto a scapito dei viticultori. Peraltro con la DOC si potrà aggiungere in etichetta il termine “Sicilia” accanto al termine “DOC”, il che costituirà un veicolo di promozione del prodotto e di tutta quest’isola che, come scrisse Sciascia, “è un continente”. Speriamo che abbiano ragione, perché è difficile non vedere la “contradictio in adiecto” di una DOC estesa a un’intera regione.
Una regione di una ricchezza e diversità straordinarie per giunta.
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