Made in Italy, un concetto di retroguardia
Oggi Repubblica pubblica una bella intervista di Natalia Aspesi a Miuccia Prada, la nota stilista milanese, ed è una pagina di quotidiano che bisognerebbe assolutamente leggere, soprattutto se il vostro lavoro o la passione ruotano attorno al cosiddetto Made in Italy, sia esso della moda che il made in Italy del vino, della cucina o dei prodotti alimentari unici, perché le analogie tra i due mondi sono impressionanti e anche i numeri che generano l’export della moda e quello del vino&cibo sono importanti per l’economia e l’immagine italiana.
E’ un’intervista bella e sconfortante perché fatta da una persona che ha un successo globale, è ricca, è famosa ma quando parla di noi, dell’Italia, degli italiani, della sinistra, dell’azione dei nostri governi dice subito di non voler fare l’opinionista ma nelle sue risposte tradisce una disillusione e uno sconforto sui quali riflettere.
Percepisco ancora nel pensiero di una certa sinistra e di certi intellettuali una grande diffidenza verso la ricchezza, verso quel glamour che oggi viene dal denaro, dal potere anche mercantile che il denaro dà. Lo capisco, ma anche la cultura la si organizza col denaro, e così l’arte, e anche la moda. Per esempio non vorrei più sentirmi in colpa perché invece di pensare a più gravi problemi del mondo investo in mostre per la nostra Fondazione (…) Ma se la ricchezza e il mondo che gira attorno alla ricchezza sono una colpa, allora che la sinistra faccia una riflessione vera su quale scelta politica e culturale vuole fare, e avere il coraggio di farla: se puntare allo sviluppo, all’Europa, alla globalizzazione, oppure a un altro modello di società ugualmente accettabile, che dovrebbe essere egemone. E che a me andrebbe anche bene. In fondo abbiamo già avuto il ’68.
L’Italia è il paese numero uno per la produzione di eccellenza, anche per quella francese, dice Miuccia Prada, ma se si vendono i marchi questa eccellenza diventa degli altri, noi ci trasformiamo solo in fornitori e molte responsabilità le ha anche l’informazione:
In Italia la stampa non ci prende sul serio, ci usa come simbolo di frivolezza, ci rappresenta sempre con nudità, come richiamo erotico, non fa un’analisi sul senso più profondo e migliore della moda, sulle enrgie che richiama, sulle connessioni che crea con altri mondi come quelli del cinema, dell’architettura, dell’arte, sulla sua grande vitalità, oltre che sulla forza lavoro che occupa e sui grandissimi fatturati che genera.
A proposito del made in Italy, Natalia Aspesi dice che, però, ha ancora un peso nel mondo ma Prada le risponde:
Il made in Italy non basta più, è un concetto di retroguardia che solo in parte contribuisce al successo di un prodotto. Anche perché l’impressione percepita all’estero è che tutto il sistema-paese stia tramontando, abbia sempre meno risorse, meno cultura, meno protagonisti, meno idee, meno vitalità e meno denaro. Se un paese perde ogni attrattiva, la moda va altrove, cerca il meglio.
Non sembra di sentir parlare del mondo dell’enogastronomia italiana, dei nostri ristoranti, dei vini, degli artigiani?
Un comparto che pesa in modo importante sul Pil, cioè il nostro Prodotto Interno Lordo, ed è trascurato dalla politica e dall’informazione che sanno darne quasi sempre un’immagine caricaturale o sottovalutata.
Il mondo del cibo e del vino non è rappresentabile solo con le ricette, che ormai trovate in ogni spettacolo televisivo, su ogni quotidiano, settimanale e mensile, è un mondo più importante e complesso, è anche business, è storia del nostro paese, è cultura e fatturati, è immagine e turismo, e in quanto turismo diventa un’altra fonte di guadagno per l’Italia perché attira visitatori.
Il marchio made in Italy alimentare, così come quello della moda, è un’etichetta che non basta più se non è difesa in patria e all’estero dalle nostre istituzioni, dai grandi consorzi, dalla stampa e anche dai consumatori.
L’ironia sui grandi ristoranti, le campagne di stampa contro alcuni dei nostri cuochi di punta, negli anni ’70 sotto tiro era Marchesi e negli ultimi anni lo è stato Bottura, e poi la demagogia della contrapposizione fra la trattoria e l’alta ristorazione creano quell’humus negativo che genera la sottovalutazione di uno dei patrimoni del nostro paese, insieme con le opere d’arte e le bellezze naturali.
Sembra ripetitivo dire ancora una volta queste cose, eppure mentre la crisi impazza sono proprio questi settori che resistono e si battono sul mercato globale con successo, la moda con il suo fatturato di 83 miliardi di euro, il vino e il cibo con il segno più alla voce export e come calamite per il turismo straniero in Italia.
Ormai l’etichetta made in Italy non basta più, non può più coprire ritardi, errori e routine perché il mercato è globale e si vince se l’Italia impara a muoversi come sistema, anche a tavola.
Foto degli Scialatelli di Paolo Della Corte
| Tweet |
Commenti
Lascia un commento
La signora Ilaria Borletti Buitoni ha dichiarato a Panorama:
“Giudico negativamente il livello degli chef italiani. In Italia si è… >>
Prendete due giovani campani, Barbara Guerra e Albert Sapere, con un bel curriculum di studi ma prospettive di lavoro pari… >>
Sto andando a visitare Pompei con un gruppo di lettori della Gazzetta Gastronomica.
Andremo a visitare con una guida ufficiale,… >>
Roca, Redzepi, Bottura, un podio dei The 50 Best Restaurant’s 2013 perfetto, che rispecchia le varie tendenze gastronomiche affermatesi nel… >>
Luciano Monosilio, 29 anni, cuoco, sulla copertina di maggio di Style, il magazine del Corriere della sera.
Un bel colpo… >>
Ave Ninchi e Luigi Veronelli li vedete qui impegnati in una puntata di Colazione allo Studio 7, la trasmissione televisiva… >>


discendiamo dagli dei , la sig.ra miccia dovrebbe saperlo visto che frequenta la creme dell’intellighenzia italiana .
continuare a dire agli italiani e all’Italia che siamo gli ultimi della classe non serve e non è terapeutico per cambiare rotta.
Non mi sembra proprio che la signora Prada dica che siamo gli ultimi, dice esattamente il contrario, siamo ancora i primi, e lei parla del mondo della moda, ma se non sosteniamo il settore, se ci facciamo sfilare i marchi principali, il nostro primato verrà meno, e lo dice lei che è vincente e non corre certo il rischio di essere acquistata dai signori Arnault o Pinaut.
Se poi il discorso lo si allarga al vino e al cibo, come ho fatto, i rischi sono ancora maggiori perché l’immagine che il sistema Italia sta dando a livello globale non è certo dei migliori, siamo lì che ce la battiamo per non affondare e con uno dei debiti pubblici più alti del mondo.
mi trovo tristemente d’accordo su tutta la linea.
Io conosco solo una ricetta quella del “made in the most excellent way” questa spesso questa coincide con il “Made in Italy” , la mia esperienza e’ che mi trovo in giro per aereoporti nel mondo con signori italiani un po stanchi per il lavoro, ma molto stanchi di tornare in Italia.
Sentirsi molto acclamati fuori e’ certamente dovuto al solito “nemo profeta” ma la tristezza di tornare e’ dovuto all’affanno del quotidiano di un paese stanco, che ti rallenta quando non ti ostacola.
La sensazione di sentirsi fuori anche dal modello culturale, perche’ daltronde un piatto di spaghetti stai a fa! non ti appaga nemmeno lo spirito
tranne splendide eccezioni.
ciao.
ultimi della classe in fatto di competitività ,di capacità di stare al passo con i tempi . chiedo scusa mi sono espressa male.
ciò che dice prada è vero ma non riesco più ad accettare il continuo lamentarsi del fatto che va tutto male, che non ce la facciamo , che non siamo in grado di adeguarci al mercato, che non abbiamo voglia di lavorare e altro.
siamo un popolo strano, contraddittorio, a volte al limite dello schizofrenico pieno di difetti ma se non cominciamo tutti a essere più positivi , a cercare di vedere almeno poche cose che funzionano non ne usciamo più.
non è dicendo che all’estero le cose le fanno meglio o altro ma provare a credere in noi stessi e negli altri , ad accettarci per quello che siamo e ritrovare l’autostima senza paura e complessi di inferiorità.
FORZA CHE CE LA FACCIAMO !!!!