Le molecole nel bicchiere: i profumi del vino
Quante cose ci racconta un bicchiere di vino: profumi, sapori, storia, vitigni, terroir… tutto in pochi sorsi di quella bevanda che ci accompagna da millenni.
Ma che cosa c’è esattamente nel nostro bicchiere se lo guardiamo più da vicino? Un vino rosso è mediamente costituito dall’80-85% di acqua, il 10-15 % di alcol etilico e per il restante 5% da altre sostanze (zuccheri, glicerolo, pectine, acidi organici, amminoacidi, etc) e tra queste gli aromi che danno un profumo così inconfondibile al vino.
Ogni varietà di uva ha il suo profumo caratteristico che spesso è legato alla presenza o di una singola sostanza: il caratteristico profumo di pepe nero del Syrah, la pera matura del fiano, la viola del Sangiovese. A volte una stessa molecola è addirittura percepita come piacevole in un vino e come un difetto in un altro tipo di vino.
Il nostro olfatto interagisce col vino seguendo due strade: l’olfazione diretta dove entrano in gioco le molecole più volatili e la retrolfazione che sono le sensazioni olfattive che si hanno quando il vino è già in bocca quindi viene riscaldato e libera altri profumi.
Questi composti si formano essenzialmente durante i tre processi a cui può essere sottoposto il succo dell’uva: la fermentazione alcolica, la fermentazione malolattica, l’invecchiamento in botti di legno. Sono state identificate nei diversi vini oltre 1000 sostanze volatili appartenenti a diversi classi di composti (alcoli, esteri, terpeni, composti solforati, etc.) che possono essere presenti da alcuni milligrammi per litro a pochi nanogrammi (miliardesimi di grammo) per litro.
Le sostanze più abbondanti sono note da tempo ma solo negli ultimi 20 anni sono state messe a punto tecniche analitiche adeguate a rilevare tutte queste sostanze. Inoltre può capitare che una sostanza presente a concentrazioni molto basse sia responsabile dell’odore caratteristico del vino mentre una sostanza più abbondante non abbia nessun impatto olfattivo. E’ il caso delle molecole solerone e sotolone presenti nei vini come lo Sherry, il Tokay ungherese e il Vin Jaune francese. La prima molecola è presente in concentrazioni maggiori rispetto alla seconda ma è quest’ultima che conferisce il caratteristico aroma a questi vini.
Sono state identificate una serie di molecole responsabili della nota varietale caratteristica di un vitigno: il rotundone conferisce il tipico profumo di pepe nero macinato al Syrah, la 3-isobutil-2-metossipirazina dona l’inconfondibile aroma di peperone rosso al Cabernet sauvignon, il 3-mercapto-1-esanolo viene percepito come frutto della passione o pompelmoin vitigni come il Sauvignon blanc o il Semillon.
I ricercatori hanno anche trovato che queste molecole in miscela con altre possono essere percepite maggiormente o nascoste da altri profumi. Queste ricerche sono importanti perché se si riesce a capire in quale processo di fermentazione o invecchiamento in botte si forma una determinata molecola si possono “guidare” questi processi in modo da avere un vino in cui determinate caratteristiche risultino esaltate. Ne è passato di tempo da quando Pasteur separò i cristalli di acido tartarico e mise a punto la pastorizzazione per conservare il vino ma le molecole di questo nettare continuano ad affascinare ricercatori di tutto il mondo.
Bibliografia
Pavla Pola´ sˇ kova´ , Julian Herszage and Susan E. Ebeler Wine Falvour: Chemistry in a Glass Chem. Soc. Rev., 2008, 37, 2478–2489.
Foto scattata in una delle sale della mostra How Wine Became Modern al San Francisco Modern Art Museum.
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Splendido pezzo….complimenti Carmine!
Grazie Giovanna troppo buona!!
E’ naturale o artificiale?
Le vin
La soif n’est pas moins impérieuse que la faim, et ne se contente pas toujours de l’eau des fontaines. Au besoin d’eau, qui est commun à tous les êtres vivants, l’homme ajoute le besoin d’excitants et de stimulants. Nous ne savons pas encore à quoi répond ce besoin, qui n’est pas spontané, qui est certainement acquis, mais nous pouvons affirmer qu’il n’est pas le seul effet de l’habitude, en constatant qu’il est universel, qu’il est commun à tous les groupes ethniques, quel que soit leur degré d’évolution.
Il est satisfait par une industrie plus étrange encore que la précédente. Parmi les innombrables variétés de putréfactions que nous observons, il en est qui attaquent les fruits avec un bouillonnement à la suite duquel leur jus, ayant perdu sa saveur sucrée, a gagné une vertu capiteuse à laquelle nous trouvons de l’agrément. Plus le fruit est sucré, plus est puissant l’effet du jus qu’il donne par cette « fermentation ».
Nous avons savamment éduqué la plante nommée vigne de façon qu’elle fournisse en abondance des grappes de fruits particulièrement riches en sucre, nous avons appris à connaître les lieux où sa culture est la plus efficace, et les soins assidus grâce auxquels elle fournit le résultat jugé le plus satisfaisant par un palais devenu lui-même de plus en plus exigeant. Nous avons discipliné la fermentation, en opérant de préférence sur le liquide qui s’écoule du fruit écrasé. Nous avons inventé un grand nombre de précautions, et nous les observons pour la durée de chacune des opérations successives, pour la température à laquelle elles se déroulent, pour le repos à l’obscurité auquel nous soumettons le produit obtenu, et même pour le choix des récipients de fabrication puis de conservation.
Nous avons lutté de notre mieux contre les putréfactions parasites qui entrent en concurrence avec celle que nous voulons favoriser, nous avons beaucoup tâtonné, et n’avons pas toujours été heureux dans les moyens employés. C’est que nous agissions à l’aveuglette, arrosant les vignes de cuivre ou soufrant les futailles, sans bien savoir ce que nous faisions et pourquoi nous le faisions. Le même Pasteur a commencé à nous guider, et il nous a singulièrement surpris en nous apprenant que c’est la même moisissure qui provoque la fermentation de la pâte à pain et celle du moût de raisin.
Je poserai au sujet du vin la même question qu’au sujet du pain. En quoi le vin, effet de l’industrie humaine, serait-il un produit naturel ? Et en vertu de quoi l’emploi de tel artifice serait-il conforme à la « nature », et celui de tel autre étranger à la « nature » ?