Il rispetto per una cucina diversa


Il tema del prossimo Identità Golose sarà il rispetto.
Una tema difficile, specialmente se sviluppato in Italia dove il rispetto per gli altri e l’altro da sè è modo d’essere raro, spesso sconosciuto.
Avete dimenticato la campagna di stampa contro Ferran Adrià e, come esempio italiano, quella contro Massimo Bottura?
Il dubbio su un’interpretazione del rispetto del tutto strumentale mi è venuto leggendo l’intervento di Rosario Scarpato, presidente onorario del Gruppo Virtuale Cuochi Italiani, che chiede rispetto per la cucina italiana autentica e di qualità nel mondo, rispetto per chi la fa e la porta in giro.
Ma a sostegno di questa richiesta scrive:

I cuochi all’estero sono ancora raramente  invitati ai grandi raduni culinari in Italia. Perche’?  Perche’ la maggior parte di voi è rispettosa, fa una cucina che rispetta le tradizioni e non mette il lemongrass nei piatti o le schiumette dappertutto. E  non fa come quel grande cuoco stellato italiano che, arrivato a Hong Kong, voleva fare il Tom Yam Kung thailandese come una caprese rivisitata. Io lo fermai perche’ a Hong Kong avrebbe fatto ridere ma in Italia so che l’hanno applaudito per aver fatto queste cose, in totale spregio dei paletti (o  meglio in mancanza di rispetto) non solo della cucina italiana ma anche di quella thailandese. Veniamo da anni in cui la mancanza di rispetto in cucina è stata celebrata oltre misura“.

Il rispetto del quale parla Scarpato è lo stesso rispetto del quale parlano  Marchi&Identità Golose?
Intanto mi piacerebbe conoscere il nome del cuoco italiano stellato che a Hong Kong ha commesso il delitto di lesa maestà della cucina Thai.
Ma il vero punto è là dove Scarpato spiega il suo concetto di rispetto e il perché i cuochi italiani che stanno all’estero sono raramente invitati in Italia: “Perche’ la maggior parte di voi è rispettosa, fa una cucina che rispetta le tradizioni e non mette il lemongrass nei piatti o le schiumette dappertutto“.
Il lemongrass come indice di mancanza di rispetto? E perché mai?
Penso ai cuochi italiani che hanno lavorato in Asia e di lì hanno riportato ciò che ha colpito la loro memoria gustativa, penso a Antony Genovese del Pagliaccio di Roma, che fa un grande uso di spezie e ortaggi asiatici, penso a Enrico Crippa del Duomo di Alba che nella sua famosa Insalata 21 31 41 usa tra gli altri la mizuna, un ortaggio giapponese, usa il katsuobushi, che proprio italiano non è.
La cucina tradizionale italiana di qualità deve rimanere un pianeta immobile?
Dire che la tradizione è un’innovazione ben riuscita è uno slogan senza senso?
Complice la crisi ha ripreso fiato il conservatorismo gastronomico e una sorta di banalizzazione di chiunque vada oltre i piatti noti e codificati, un po’ come se Ladri di biciclette e il Neorealismo fossero l’unico modo di fare cinema.
E poi parlare di spumette lo trovo una caduta di stile imperdonabile.

 

Foto di Maurizio Camagna

Commenti

  1. [1] Guud Fuud

    Approvo la sua posizione! Quando penso al rispetto mi vengono in mente quello per i consumatori (consapevoli o no) e per le materie prime.

    8 agosto 2012 alle 10:55 | Rispondi
  2. [2] Encolpius

    Caro Direttore, per me sei come la Croce Rossa in guerra, non sparerei su di te nemmeno con un fiore. Replico ma senza nessuno spirito polemico. Vorrei solo precisare che io parlavo della Cucina Italiana fuori dall’Italia, come sempre. Ho menzionato l’esercito di cuochetti che in nome dell’innovazione (e senza aver fatto i compiti a casa, soprattutto in materia di cucine e ingredienti etnici) hanno stravolto la cucina italiana, solo perche’ all’estero chi va al ristorante italiano non ci va per le spumette ne’ per il lemongrass. Mi dispiace che non mi perdoni per la mia presunta caduta di stile. La penso diversamente. Ti ricordo che io di innovazione in cucina me ne sono occupato quando nessuno in Italia lo faceva. La mia tesi di Master (Universita’ Pubblica australiana, non albanese) era sulla cucina neo-globale, nel lontano 1998. E di cucine etniche da ancor piu’ prima. Fu proprio con il tuo Gambero Rosso – attraverso articoli e documentari – che abbiamo portato ai golosi e curiosi italiani le prime informazioni sistematiche e rigorose su quel tema.

    8 agosto 2012 alle 11:15 | Rispondi
    • [] Stefano Bonilli

      Caro “Encolpius”, forse hai un po’ perso di vista l’Italia e anche quelli che fanno cucina italiana nel mondo.
      Nel primo caso lo dico perché con quella fase liquidatoria su lemongrass e spumette ti sei messo involontariamente sulla stessa lunghezza d’onda di chi in Italia attacca a testa bassa ogni innovazione.
      Nel secondo caso, parlo dei ristoranti italiani nel mondo, credo che voi del GVCI abbiate grandi meriti ma anche la responsabilità di parlare sempre di “cucina italiana all’estero” come se tutto fosse buono, pulito e giusto quando invece dietro alle insegne italiane c’è di tutto, dai portoricani, messicani e guatelmatechi che negli Usa espongono insegne italiane, a ristoratori italiani che usano materie prime non italiane stile parmesan per arrivare ai tanti ristoranti italiani all’estero che fanno una pessima cucina, come accade anche in Italia.
      Dire, scrivere, editare che la cucina italiana è la migliore del mondo non solo non è vero ma è anche molto provinciale.
      Non pretendo facciate liste di proscrizione ma che diate una certa relatività all’enfasi sulla cucina italiana all’estero, questo si.
      Negli ultimi anni ho girato molto in tutta l’Asia, in Australia e in New Zealand e l’ho fatto a mie spese, quindi come vero turista o uomo d’affari che viaggia all’estero.
      Ho preferito non scrivere di esperienze negative, alcune italiane, per un mal inteso patriottismo gastronomico ma credo di avere sbagliato e quando leggo interventi come il tuo ultimo, penso che siano negativi perché disorientano i molti che ti leggono e che tu induci a pensare che la vera cucina italiana di qualità sia tale perché non usa lemongrass e spumette.
      E’ stato proprio quell’uso spregiativo del vocabolo spume che mi ha spinto a scrivere, quanto al lemongrass, perché no?

      8 agosto 2012 alle 11:56 | Rispondi
  3. [3] oloapmarchi

    devo dire che anche io sono rimasto perplesso davanti al passaggio di Scarpato perché parlare oggi di schiumette fa il paio con i due ravioli di Marchesi venti e passa anni fa. Vero che chi vive in Italia conosce poco della cucina italiana fatta da italiani nel mondo, ma il rilievo vale anche nella direzione opposta, siamo sicuri che gli italiani nel mondo conoscono bene la ristorazione italiana di oggi?
    Il Rispetto è quello che manca da tempo in Italia, c’è il link al pezzo del sito, comunque il rispetto vero i clienti, verso i cuochi, verso le materie prime, verso i critici, la verità e non le furbizie a volte pure menzognere e in malafede, la corsa a farla più grande mentre il mondo va avanti a prescindere da noi italiani, troppo spesso attenti a guadare il dito scordandoci della luna.
    e magari quando si parla di tradizioni pensiamo al fatto che qualcuno un tempo le ha inventate. ci sarà pure uno che per primo ha usato il pomodoro e magari venne stroncato come il cuoco italiano, le cui iniziali mi ricordano molto quelle della provincia di Monza Brianza, alle prese con un piatto italo-thai. Certo che c’è un momento ideale per ogni cosa e magari a livello di evento GVCI meglio innovare poco, ma se dovessimo eliminare tutto quello che abbiamo ricevuto nei secoli e imparato all’estero, cosa ci rimarrebbe?
    In Italia la ricerca, in qualsiasi campo, è a zero, non si investe sul futuro e lo si vede bene, lo vogliamo fare anche a livello di cucina? vogliamo continuare nelle piccole liti di condominio? Mi sempra davvero una ben misera cosa, come Paese ci stringiamo sempre più il cappio al collo. Tristezza. Noi di Identità saremo sempre per chi prova a fare qualcosa di nuovo. Trovo mortificante sbagliare per non avere tentato niente di nuovo, vegetato. Gianno Brera un giorno predisse l’eliminazione dell’Inter da una Coppa Campioni anni Sessanta. Così non fu. Al rientro del charter a Linate, Brera venne apostrofato dai tifosi che affrontò e zittì con pochissime parole: “Sapette perché ho sbagliato? Perché ho fatto un pronostico”. Vale tuttora, sbagliano solo coloro che hanno coraggio, idee e fantasia.
    grazie Stefano per lo spazio
    buone giornate
    paolo

    8 agosto 2012 alle 11:36 | Rispondi
    • [] Encolpius

      L’ultima cosa da fare è litigare Paolo. Dobbiamo essere uniti. C’e’ spazio per tutti e bisogna crescere insieme, anche con il dibattito rispettoso. Noi con il network itchefs-GVCI da anni invitiano cuochi italiani innovativi nei ristoranti tradizionali all’estero. A decine e tu lo sai. Un’innovazione anche questa, che come tutte le innovazioni a volte ha funzionato, altre no. Massimo Bottura è venuto alla Prima edizione del Summit della Cucina italiana di Hong Kong, quando c’eri anche tu. E di quella esperienza ricordo la puntuale e informatissima difesa dei prodotti tipici e tradizionali italiani che Massimo fece nella sua Master Class. Fu una preziosa testimonianza, perche’ dimostro’ quanto è legato alla tradizione il più innovativo dei cuochi italiani. Ti rifaccio i complimenti, perche’ il tema di identita’ golose 2013 e’ riuscito a far dialogare e appassionare. Noi all’estero, nei prossimi anni, abbiamo un grande cantiere aperto: la ridefinizione della ristorazione italiana. Non quella della cucina. Gia’ le due cose viaggiano su binari differenti. Questo cantiere, come dice Luigi Cremona, è aperto anche in Italia. Il dibattito che serve, per essere produttivo, deve avere al centro anche valori etici: e il Rispetto è uno di quelli. Poi c’e’ sempre il mercato che ci deve giudicare… ma quellolo sappiamo.
      Rosario

      8 agosto 2012 alle 12:15 | Rispondi
      • [] Aira

        Vorrei inserirmi , se posso, in questa discussione.
        Sono uno chef e faccio parte del GVCI . Ho lavorato molto piu all’estere che in Italia

        Pur facendo parte del GVCI, non sono certo qua per difendere Scarpato o il GVCI sia perche non ne hanno bisogno e poi perche non credo ci sia nulla da difendere ma solo da discutere. Esprimo solo un’opinione personale basata sulla mia esperienza.

        Fare cucina in Italia e cucina Italiana all’estero sono due cose diverse.
        Il motivo e’ proprio perche nella cucina Italiana all’estero non e’ tutto buono,pulito e giusto. Nessuno l’ha mai detto. Anzi tutto il contrario.

        Si , ci sono moltissimi ristoranti Italiani che d’Italiano hanno solo l’insegna e molti ristoranti di nosri connazionali che sono solo degli avventurieri e che fanno una pessima cucina. Tutto vero.
        Ma ci sono tante realta diverse, tanti ristoranti Italiani veramente eccelenti dove chef Italiani o ristoratori Italiani devono confrontarsi tutti i giorni con clienti che vogliono pasta scotta o manager che vorrebero comprare prodotti non Italiani e piu economici e con molti altri problemi che in italia non esistono.
        In questo contesto, e sottolineo , in questo contesto, usare la lemongrass sarebbe controproducente e non avrebbe assolutamente senso.
        Il cliente farebbe confusione , la lemongrass la mangia gia tutti i giorni a casa sua o nel ristorante dove va alla pausa pranzo. Il cliente non sa che la lemongrass non c’entra nulla con la cucina italiana. Cosi facendo non capirebbe la differenza tra il ristorante Italiano che sta a 50mt dal mio con cuochi filippini che fanno gli spaghetti alla bolognese con il chili.
        Ecco perche no al lemongrass.
        Non c’entra nulla il rifiuto all’innovazione o la creativita. Solo chi ha paura o chi non capisce e’ contro l’innovazione.

        E’ vero la cucina Italiana non e’ la migliore del mondo. E’ la piu popolare.
        E se devo essere sincero preferisco enfatizzare le cose positive piuttosto che parlare di quello che va male o di fare liste di proscrizione. Certo c’e’ il rischio di mettere la testa sotto la sabbia e forse di non accorgersi di tutto il resto ma io preferisco correre il rischio. Bisogna enfatizzare quello che va bene e indicare un’esempio positivo piuttosto lamentare costantemente quello che non va. Altrimenti si e’ provinciali tanto quanto lo si e’ dicendo che la cucina Italiana e’ la migliore del mondo.

        La cucina creativa, Bottura e Adria’e molti altri sono la formula 1 della gastronomia. Apportano innovazioni e novita che ispirano gli chef a cambiare ed innovare a loro volta. Ma ci saranno sempre una cucina innovativa e cucina tradizionale. Una non esclude l’altra e l’una non potrebbe esistere senza l’altra.

        Le tradizioni non si inventano.
        Nascono con le persone attraversano le generazioni e si tramandano con le generazioni. Le innovazioni portate da persone lungimiranti, dal caso o dalla storia contribuiscono a far nascere in qualche caso le tradizioni.

        Forse fra 30 anni la lemongrass sara un ingrediente comune anche in Italia, chi lo sa?

        In conclusione vorrei dire che e’ vero che il neorealismo non e’ l’unico modo di fare cinema ma e’ anche vero che nessuno sano di mente si sognerebbe mai di fare la versione colorizzata di “ladri di biciclette”.

        Un Saluto,

        Aira

        8 agosto 2012 alle 17:56 | Rispondi
        • [] Stefano Bonilli

          Caro Aira, non so quanti di voi hanno pranzato da Bottura, chi lo ha fatto magari potrebbe aver scoperto che fa le tagliatelle col ragù più buone di Modena, fa anche dei tortellini che non hanno rivali ma forse andare da Bottura solo per la sua cucina tradizionale potrebbe essere uno spreco, forse può valere la pena di provare la sua cucina creativa, assodato che su quella della tradizione è il migliore, almeno per quanto riguarda la cucina emiliana.
          Che la lemongrass non faccia parte della cucina italiana lo sappiamo noi, non credo che un cliente a Singapore e a Bangkok avrebbe da obiettare se mangiasse pollo con i peperoni e una punta di lemongrass, tutto dipende dall’abilità del cuoco, non credo che ampliare in modo intelligente la tavolozza dei sapori sia un danno e non credo che i cuochi italiani, in patria o all’estero, eseguano sempre le ricette della tradizione senza apportare minime variazioni personali, questo vale per il ragù alla bolognese, per una amatriciana o il risotto primavera.
          Capisco benissimo che per voi che operate all’estero il confronto col pubblico sia difficile perché nell’immaginario di uno straniero la cucina italiana è pasta, pomodoro, verdure ma guardi che anche in Italia la maggior parte del pubblico accetta solo ricette e piatti tradizionali, critica quelli delle spumette e banalizza ogni innovazione.
          Ma non si va da nessuna parte senza la ricerca e l’ innovazione, che non necessariamente devono essere estreme e credo che prendere la lemongrass come simbolo di una deriva negativa in cucina sia sbagliato e pretestuoso.
          C’è solo una cucina buona ed eseguita bene e una cucina mediocre e orecchiata, il resto sono interessanti discussioni come questa che stiamo facendo.
          Buon lavoro.

          8 agosto 2012 alle 19:06 | Rispondi
  4. In effetti, visto il nick “Encolpius”, la diatriba somiglia all’incipit del Satyricon, anche se a parti invertite, poiché Encolpius appare più chiuso di Agamennone/Bonilli. In attesa che Identità Golose faccia da Cena Trimalchionis ;)

    9 agosto 2012 alle 10:07 | Rispondi
  5. [5] Piccolacuoca

    Io però sul tema ci avrei da ridire
    Mi spiego. Ho già detto e lo ridico: fare cucina italiana all’estero significa non fare una cucina di terroir. Quindi non è una cucina di tradizione, non avendo a che fare con i prodotti e le materie prime terroir. E’ una cucina in cui si TENTA di ridare il sapore di casa, è una nostalgia nostra, è la nostra memoria.
    Significa di fondo trovare e importare dei prodotti che siano decenti e non abbiamo dei costi assurdi. Che abbiano il bollino DOP, che siano certificati, ma che di fatto NON sono a km 0 manco per il cazzo. 
    Posso importare buoni (MA NON OTTIMI) oli extra-vergini, aceto balsamico (mediocre), formaggi (mediocri), salumi (dipende dai mesi, alcuni mesi mi va daddio, altri piango), pasta (nella media), riso (nella media), carne (nella media), pesce (mediocre). 
    Cosa facciamo? chiudiamo l’agroalimentare italiano? Non scherziamo.
    Siamo tutti d’accordo che piuttosto che importare una mozzarella scaduta perché ci son zone nel mondo dove la catena del freddo è pura fantasia, è molto meglio acquistarla dal produttore ITALIANO che abita in zona, che fa ottime mozzarelle di bufale locali? (lo dico qui ho un sardo che abita ad Auroville, fa delle mozzarelle strepitose, e le compro da lui e mi spiace ma le ultime volte che mi son arrivate dall’Italia, lo so che non dipende dal produttore italiano, erano marce, e non sto scherzando)
    Siamo tutti d’accordo che piuttosto che alzare il nostro food cost al 90% e chiudere il ristorante dopo 6 mesi, ci tocca imparare a capire cosa si può utilizzare localmente come verdure e come prodotti e com’è il nostro mercato. (Es.: Il basilico indiano è mentolato e no il pesto che faccio non è proprio il pesto fatto con il basilico genovese. I pomodori indiani non san di niente, faccio la salsa con pomodori in scatola italiani e pomodori indiani. Com’è la salsa? dicono sia ottima, ma forse non hanno una vaga idea di come sia un’ottima salsa fatta con dei pomodori coltivati come dio comanda, in certe zone d’Italia)
    Io non conosco tanti cuochi bravi veri, conosco tanti cuochi come me, che si arrabattono. E sì magari dipende anche dal palato del cuoco stesso. Se uno è abituato a mangiare molto bene, è chiaro che poi se mangia merda, s’incazza.
    E no: ognuno fa la cucina che può fare, ognuno ha a che fare con le materie prime di quel posto, che possono essere ottime o possono far schifo. Tutti noi, a parte gli chef privilegiati che stanno nelle aree del mondo dove l’import funziona bene, sanno che è una sfida continua e non si tratta di far cucina tradizionale, molecolare o sa il cazzo. Si tratta di non prendere per il culo il cliente e di far bene il proprio lavoro. E vale per la nostra cucina come per quella giapponese che non sta in Giappone.
    E sì le schiumette siam capaci tutti di farle, ma se san di niente è inutile farle. Il cliente dev’esser da un lato educato e dall’altro soddisfatto. Ma ripeto: di sicuro non preso per il culo.
    Se in Italia ci son chef che fanno sperimentazione ben vengano, ce ne sono altri che fanno cucina tradizionale e la fanno bene. Altri che non son capaci ma per questo non chiudono ristoranti. Non è detto che cucina tradizionale sia buona cucina. Dipende se uno è bravo a farla quella cucina lì. Idem per la molecolare. 
    E di nuovo: io la brutta cucina, presentata male, io quella roba l’ho mollata aaanniiii fa. Non si tratta di essere snob o modaioli. Si tratta di senso estetico. A me le robe brutte fan partire l’embolo. Ma bisogna saper dosare il bello con il buono. La vera capacità di uno bravo sta solo lì. 
    Se uno mi da un piatto con dentro la qualsiasi, ma che è buono e presentato bene, io sto in silenzio. 
    E no non credo che ci sia tutta ‘sta tradizione per i cuochi italiani all’estero, anzi, molti di noi fanno una bella e buona e innovativa cucina. Per fortuna, dico io. Poi che il GVCI sia sinonimo di cucina italiana tradizionale, (per come intendo io la “tradizione”, con il significato preciso di cucina del territorio, con prodotti del territorio, a km 0) insomma, io quella cosa lì non la posso fare, no. Che fate? mi cacciate?
    (Ah giusto per ridere: vi ricordo che se uno non trova l’origano, tira su il finocchietto selvatico, lungo la ferrovia…e poi la figlia ci scrive un libro e quel piatto lì NON esiste in nessun ricettario tradizionale italiano. Se proprio vogliamo parlare di tradizione e non di emigrazione.)
    Poi sì ci son sempre quelli della cucina della mamma, della nonna e della zia Caterina. 
    Buon lavoro
    Piccolacuoca

    9 agosto 2012 alle 18:03 | Rispondi
  6. Il punto è che nella citazione dall’intervento di Scarpato c’è una parola pericolosa, “paletti” (associata a “spregio” poi, ad alzare un’indignazione più cercata che reale). Tradizione e cucina degli chef possono essere due cose lontanissime, la prima si sviluppa più lentamente possibile, giorno per giorno, nei posti più impensati come nelle case della gente. I grandi autori di libri di ricette della nostra tradizione sono andati a spulciarle nei libri delle nonne o sono andati a spiare le cuoche del paese. Questo non impedisce a uno chef di creare. Se poi questo chef sa fare anche la tradizione ben venga, come Picasso sapeva dipingere benissimo e molto meglio di tanti altri, anche se qualcuno si ostina davanti alla pittura moderna a dire “mio figlio farebbe di meglio”. Un appunto sulle schiumette: ma perché mi vuoi privare del piacere di assaggiare una cosa di una leggerezza inusitata e dal sapore intenso, che di solito non assaggerei né a casa mia né nella maggior parte dei posti? Perché mi vuoi impedire di provare altre sensazioni gusto-visuo-olfattive-tattili? Dov’è il rispetto per me che mi siedo a tavola? Solo perché non l’ha inventata un italiano? A me, che non l’abbia inventata un italiano, sembra più un motivo di rammarico.

    11 agosto 2012 alle 08:17 | Rispondi
    • [] Aira

      Ciao Sergio,
      Crechiamo di non attacarci alle parole e andiamo al sodo della questione.
      Nessuno vuole mettere in contrapposizione cucina tradizionale con la cucina creativa, anche perche lo sono gia di natura ed e’ normale che sia cosi.
      La cucina creativa non potrebbe esistere senza la cucina tradizionale. L’una si nutre dell’altra.
      Ma a prescindere da questo , Scarpato e’ uno dei fondatori di un associazione di cuochi Italiani che lavorano all’estero. Il GVCI ha come principale scopo la divulgazione e protezione della cucina Italiana autentica fuori dall’Italia.
      L’equivoco nasce tutto da qui.
      Il GVCI deve per necessita avere un approccio un po piu “conservatore” sulla cucina Italiana.
      All’estero, credimi , bisogna battersi in una giungla di falsi ristoranti Italiani dove si trovano piatti allucinanti fatti passare come tipici Italiani. Non possiamo rischiare di confondere ulteriormente i nostri clienti.
      Detto questo, nessuno rifiuta la creativita e le innovazioni. Sarebbe stupido e anacronistico. Credimi poco ci importa se le “Arie” sono state inventate da uno Spagnolo , Polacco o Cinese. Ognuno porta avanti la sua filosofia di cucina ma voglio sperare, anzi, ne sono sicuro, tutti andiamo nella stessa direzione.
      E poi …. sarebbe francamente noioso se la pensassimo tutti allo stesso modo , no?

      12 agosto 2012 alle 09:52 | Rispondi
      • Ciao Aira,
        il problema che poni, per i ristoranti italiani all’estero, è lo stesso che si verifica riguardo ai ristoranti etnici in Italia, cioè c’è sempre qualche differenza rispetto alla tradizione originale, ora piccola, ora gigantesca, e saranno i clienti a scegliere. Quanto al rifiuto della creatività e delle innovazioni, basta guardare chi di noi ha in mano i “paletti” in questa discussione, che tale resta (cioè non si cucina e non si mangia), come ha ben sottolineato il direttore. Salute e prosperità per il GVCI.

        12 agosto 2012 alle 15:09 | Rispondi
  7. [7] stefanoC

    Il rispetto , magari è per il cibo che dobbiamo cucinare , per non ammazzare due volte ‘quelle povere bestie ‘ o ‘quei poveri pesci’ e quindi la scelta è di trattarle perchè ne esca qualcosa di decoroso … Decoroso per… magari anche per chi come me ti paga per mangiarle quelle cose … Dopo di che è una bella scommessa , ho visto fare e servire cose che neanche gli dei …. e per di più le ho anche viste mangiare …. L’innovazione ? Non dimentichiamoci che abbiamo scoperto le americhe anche perchè cercavamo il modo di ottenere spezie più a buon mercato , che più della metà dei piatti ‘tradizionali’ della nostra cucina è fatta di cose venute da altri continenti , e poi impiantatesi con successo .. e poi non dimentichiamo quello che diceva un famoso cuoco dei Gonzaga … Datemi buoni cavalli e buone carrozze … se le fragole qui non ci sono .. me le vado a prendere comunque …

    12 agosto 2012 alle 17:51 | Rispondi
    • D’accordissimo con Stefano: pensa non solo al pomodoro, che è nella mia tradizione, ma – che so? – allo zafferano per il risotto (senza trascurare il riso stesso)… Si attribuisce una intenzionalità alla tradizione, come se qualcuno, o la tradizione stessa fatta persona, avesse fatto delle scelte deliberate, “salsa sì, schiumetta no”, per cui chi trasgredisce pecca. E quando si dice che all’estero c’è bisogno di più rigore verso la tradizione che in Italia mi viene sempre in mente che qui nel bergamasco c’è un ristorante cinese, con un cuoco di Shangai, che fa una cucina totalmente diversa da quella dei cinesi ordinari, eppure alla gente non piace perché è “strano” mentre invece è proprio lui a fare quella vera e tradizionale. È paradossale, ma bisogna accettarlo e continuare a fare la cucina in cui si crede.

      13 agosto 2012 alle 08:31 | Rispondi
      • [] Aira

        Caro Sergio,
        Ma tu quando vuoi mangiare cinese , non potendo andare fino in Cina, preferisci mangiare qualcosa di autentico o qualcosa fatto piu vicino al tuo gusto solo per vendertelo meglio?
        Se io facessi le tagliatelle alla bolognese con una punta di curry e chili perche mi trovo a Mumbay avrei aiutato la cucina italiana ad evolversi e diventare piu globalizzata?
        Il cliente prima deve esser educato e poi e’ veramente libero di scegliere.

        13 agosto 2012 alle 18:36 | Rispondi
        • Guarda che siamo perfettamente d’accordo, su questo, ho detto la stessa cosa, semplicemente io da solo – che preferisco il cinese originale – non sono sufficiente a tenerlo aperto, perché la maggioranza delle persone lo diserta preferendogli quelli al gusto di glutammato. Stiamo parlando però di un caso particolare, quello di un cliente che vuole mangiare secondo una certa tradizione, e allora è chiaro che cercherà l’ortodossia. Anch’io quando voglio mangiare i casoncei “so” dove devo andare. Il vostro lavoro e la vostra linea sono sacrosanti, Aira. La discussione nasceva dal modo particolare d’intendere la parola “rispetto”.

          14 agosto 2012 alle 08:18 | Rispondi
  8. [8] Rudeboy

    Caro Direttore,posta la assoluta legittimità nonchè la necessità della cucina creativa di vagare in cerca di nuove idee anche mettendo in discussione i canoni consolidati quel che a mi parere non funziona nelle tesi come la sua è l’aprioristica equivalenza che ciò, di per sè, costituisca innovazione.Non sono d’accordo,
    se il cuoco italiano mette il lemongrass dove tradizione non vorrebbe, per me è un cuoco creativo se poi tale fatto costituisca una innovazione non sta al cuoco o al critico deciderlo ma ai fatti storici, il cuoco si vanti/ limiti ad essere creativo,se poi la sua creatività dovesse incontrare il favore di molti allora la gloria dell’innovazione lo nobiliterà.
    ps: ” la cucina italiana non è la migliore del mondo ma la più popolare?”, è un grande complimento!

    16 agosto 2012 alle 12:48 | Rispondi
    • [] Stefano Bonilli

      La cucina più popolare è quella cinese, non fosse altro che per il numero enorme di cinesi nel mondo.

      16 agosto 2012 alle 19:05 | Rispondi
      • [] Aira

        La cucina Italiana e senza dubbio la piu popolare nel mondo, in tutte le accezioni del termine “popolare”
        Popolare per il numero di ristoranti veri o falsi italiani al mondo.
        Popolare per il numero di imitazioni di prodotti, piatti e ristoranti.
        Popolare perche la pizza e’ un piatto Italiano
        popolare perche la pasta e in genere la cucina italiana e’ estremamente comprensibile per altre culture, e’ diretta con sapori facilmente identificabili.
        Popolare perche il “made in Italy” e’ fancy… alla moda, popolare
        Popolare perche in genere (non tutti) i ristoranti italiani veri o falsi che siano hanno prezzi popolari

        Si e’ vero i cinesi sono tanti e aprono ristoranti in tutto il mondo e probabilmente se contiamo in numero di ristoranti i cinesi sono i piu numerosi, ma la cucina cinese la fanno solo i cinesi la cucina italiana la fanno tutti.

        22 agosto 2012 alle 10:48 | Rispondi

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