Lopez de Heredia: la prima cantina in Rioja



La mattina si presenta gloriosa sugli altopiani protetti dagli influssi diretti dell’Atlantico dalle Sierre Cantabriche. Qui fioriscono le vigne del Tempranillo tra i 600 e gli 800 m s.l.m davanti ad un paesaggio vagamente western. Lopez de Heredia si presenta con una distesa di tini di pioppi di colo rosso magenta. Lascio i bagagli al Marques de Riscal Hotel. Posto strepitoso sotto un profilo architettonico (bellissimo, super wifi, grande design) e scappo subito per i primi assaggi in cantina. Buffo: le mie tre cantine sono a meno di 50 m. l’una dall’altra: Lopez de Heredia, Muga, Rioja Alta. Almeno non rischio di far tardi.
Ho voluto cominciare la prima giornata di assaggi partendo proprio da una serie di vini che avevo assaggiato in passato e che mi avevano colpito per la loro piacevolezza e complessità. Sono cantine che tendono a produrre vini di lungo invecchiamento e di grande potenziale. Ma soprattutto sono cantine che tendono a produrre vini di straordinaria finezza da bersi “de trago largo” per la loro freschezza e succosità.
Sono vini complessi, profumati, dai tannini soffici e senza sovraestrazioni. Ed è su questo punto che sento le somiglianze con alcune classiche espressioni di Sangiovese, Nebbiolo e Pinot Noir.
Il viaggio di scoperta del Tempranillo, il vitigno che matura precocemente da temprano -in questo totalmente differente dai vitigni ad esempio come sangiovese e nebiolo- comincia con la dinamitica Maria Josè Lopez de Heredia, grazie ad una preziosa introduzione del prezioso collega José Asanjo. Incontrarla è come aprire una porta virtuale di “Cento anni di solitudine” di Gabriel  Garcia Marquez: la complessità, i piani intricati delle relazioni e la filosofia della famiglia Lopez de Heredia sono ipnotici.
Dopo una lunga intoduzione sulla storia della famiglia, Maria, con il suo grazioso portamento elfico dai riccioli biondi, ci apre la porta della grande cantina di affinamento. La prima impressione che si ha è quella di entrare in un grande circo pieno di maestosi elefanti. Le sue gigantesche botti di rovere americane sembrano vivere di vita propria in un ambiente naturale fresco ma senza aria condizionata.
Le uve raccolte in lunghi tini di pioppo, dove Maria dice i lieviti indigeni trovano un habitat perfetto, arrivano qui ogni anno come ogni anno. I nostri lieviti hanno completa padronanza dell’ambiente, sono sempre stati qui e sanno lavorare con i nostri mosti a qualunque temperatura decidano di arrivare. Maria parla sempre con un lieve sorriso ed una grande e sincera passione per quello che fa. Tutto qui è fatto nel modo più naturale possibile e nel modo più tradizionale possibile. Il Tempranillo, come da sempre viene tagliato con Graciano -Granache-, Mazuelo e Viura -vitigno a bacca bianca-.
Il Tempranillo è la colonna vertebrale del Rioja -almeno 80%. Viene generalmente legato al Graciano che contribuisce con un lato speziato ed il Mazuelo con i suoi tannini robusti. Le varietà però non seguono percorsi indipendenti, l’assemblaggio viene deciso in vigna e non in cantina (mi ricorda le esatte parole di …di Le Due Terre). Tutto assieme anche qualche chicco di uva a bacca bianca -viura- per consentire come succedeva nel Chianti Classico e come succede ancora in Coté Rotiè nella Valle del Rodano di fissare meglio il colore e restituire qualche profumo o tocco più sottile al vino.
Appena la fermentazione alcolica finisce il mosto fiore viene filtrato con i tralci di vite -nella foto Maria ci mostra i suoi filtri naturali- poi il vino invecchierà almeno sei anni per la Crianza e nove per la Reserva. Il disciplinare chiede un minimo di due anni per la Crianza, di cui sei mesi in legno, tre anni per la Reserva di cui un anno in legno e cinque anni per il Gran Reserva di cuidiciotto mesi in legno.
Quest’anno sono alla loro 9586esima fermentazione! Il legno americano qui non è tano una scelta di gusto quanto piuttosto di quello che da sempre tradizionalmente si usa.
Seguendo il percorso del vino, andiamo verso l’uscita dal retro della cantina. Da qui il vino prendeva la strada dei diversi mercati attraverso la ferrovia. Il fiume Ebro lambisce vicinissimo la terra dove sono coltivati i vigneti e la cantina allo stesso tempo. Alcuni rami storti e secchi di alberi fluviali ricordano l’immagine di Jonny Depp in Dead Man Walking. Ma a dispetto degli aspetti vagamente macabri e misteriosi come la stanza dei ragni -che Maria definisce come preziosi collaboratori antimuffa!- dove si nasconde una strepitosa collezione di vecchie annate, questo è un po sto dove nasce la vita, quella di un grande vino. E’ da qui che Maria Josè Lopez de Heredia prende qualche bottiglia da portare al piano di sopra.
Maria gestitesce tutto, da l’inizio alla fine. Adesso è il momento di aprire le vecchie annate. Cominciamo con Lopez de Heredia Vigna Tondonia Blanco 1964. Cuoio, mandorle, zafferano ed un profumo di torrefazione, diosperi e nettare di albicocche. La bevibilità è totale così come la sua gioventù percepita. Segue Lopez de Heredia Vigna Tondonia Blanco 1970 con un carattere più petrolioso nello stile di un vecchio rieslieng o una Vernaccia di Sangimignano di quelle tenute bene. Questi viura sono strepitosi nel loro potenziale d’invecchiamento, ma per me sono i rossi che che spingono con più profondità, grazia e tensione. Il Vina Tondonia 1954 è acceso da una luce di frutti rossi che si mescolano ad un suggestivo ricordo di tartufi e muschio su un tessuto vellutato e cresposo al contempo.
Ma il re di questi assaggi non aveva confronti. Lopez de Heredia Vina Bosconia 1961 è riuscito a superare tutti per freschezza, struttura, naso vicinissimo ai più grandi pinot di Borgogna e palato fragrante, possente forse un po in debito d’ossigeno sul finale rispetto al ’54. Mi correggo, il naso del ’61 ed il palato del ’54 prendono i miei Oscar.
Il rapimento degustativo di Maria Josè ha sforato di due ore delle due preventivate. Adesso busserò alla porta ad un produttore arrabbiato…giustamente.
Il viaggio continua qui.

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